Radiohead e Last.fm, il secondo arcobaleno

8 07 2008

Questa mi mancava. L’altro giorno, mi è arrivato via mail un comunicato stampa di Last.Fm, in cui si annuncia l’accordo tra il sito ed i Radiohead per l’inizio della distribuzione gratuita e in streaming on demand di “In Rainbows”. Prima riflessione: “Uau, se mi mandano i comunicati stampa vuol dire che mi leggono e che (mi asciugo una lacrimuccia) mi considerano influente”. Seconda riflessione: “Cazzo, non sono per niente sul pezzo, se per sapere di una simile iniziativa c’è bisogno che mi dia la sveglia chi questa iniziativa l’ha realizzata”. Terza riflessione: “E ora che mi hanno mandato il comunicato stampa, ne parlo? O faccio la figura di quello che tu gli mandi il comunicato stampa e lui ti cuce la marchetta su misura?” Quarta riflessione: “Scendi sulla Terra, Francesco. Tutto quello che racconti lo leggi altrove, su altri siti e su altri blog. E altrove, dove sono molto più influenti, svegli e marchettoni di te, arrivano i comunicati stampa.” 

Fine delle riflessioni onaniste. Concentriamoci sul pezzo. Non che non sia preparato del resto. Di Last.fm ne avevo già parlato. E riguardo ai Radiohead, beh…poco cambierebbe se sto blog si chiamasse Rainbownomics.

I fatti, prima di tutto. Da qualche giorno è possibile ascoltarsi In Rainbows su Last.Fm. In streaming e gratis. Direte: sti cazzi. L’hanno regalato dal loro sito, l’hanno messo in vendita su Itunes e persino nei negozi di musica, se volete potete pure scaricarvelo con il vostro peer2peer preferito? Chi volete si connetta a internet per ascoltarlo in streaming. In altre parole: a che pro? Beh, vi basti sapere – copio testuale dal comunicato stampa– che nelle prime 12 ore di pubblicazione, In rainbows ha fatto registrare circa 22.000 ascolti complessivi, quasi uno ogni 2 secondi.

Immaginiamo che questa media cali – seppure Last.Fm ha 22 milioni di utenti registrati. E in crescita – e che gli ascolti medi di un anno si decimino (nota per il redattore del comunicato stampa: tra un anno i dati veri, eh…). 2.200 ascolti in 12 ore, sono 4.400 ascolti in 24 ore, 132.000 al mese, 1.584.000 all’anno. Numeri pazzeschi, in grado di veicolare le canzoni di In Rainbows tanto quanto potrebbe fare MTV. Anzi, forse anche di più, nel lungo periodo.

Tenete infine conto di una cosa non esattamente irrilevante: per ogni ascolto di ogni brano, l’artista senza etichetta – e i Radiohead sono senza etichetta – che si iscrive all’ Artist Royalty Program riceve una piccola somma di denaro. Fossero anche 10 centesimi di Euro a canzone (non so, sparo), i Radiohead riceverebbero – sempre nell’ipotesi della decimazione degli ascolti – 158.400 Euro all’anno facendo ascoltare liberamente la loro musica.  

(nella foto, Thom Yorke si strugge: “E ora come cazzo li spendo tutti sti soldi?”)

Annunci




Buldra e il paese dei “Faso tuto mì”

30 06 2008

“In America un ragazzo ha come massima aspirazione quella di lavorare per una multinazionale. In Italia, sogna di mettersi in proprio”. Questo l’esempio usato da un amico (italiano) per spiegare alla moglie (americana) la differenza tra noi e loro. Ok, la situazione è un filino più complessa (parlando di “noi”, ovviamente) e l’amico, forse, ha una visione dell’Italia un po’ troppo tendente a nordest. In ogni caso, stiamo parlando di un paese che ha circa 10 imprese ogni 100 abitanti, quando la media europea è – spanna più spanna meno – circa la metà. Ci piace fare i padroncini a casa nostra, dai.

La musica non fa eccezione, ovviamente. Se ci fate caso, in buona parte del rock indipendente nostrano ritroviamo non da ieri i geni dell’autoimprenditorialità. Elio e le storie tese, ovviamente. Ma non solo. Ricordo un Manuel Agnelli furioso per il trattamento riservato agli artisti italiani all’Heineken Jammin Festival che si rimbocca le maniche e si inventa un festival itinerante come il Tora!Tora! Ricordo il Consorzio Produttori Indipendenti e i Dischi del Mulo dei CSI. Casa Sonica dei Subsonica. E la Jestrai dei Verdena, amministrata dalla madre dei Ferrari Brothers. Tante bozze di rapporto diretto artisti-pubblico. Qualche anno luce prima dell’arcobaleno di Mr. Thom Yorke e dei suoi compari.

Certo è che “In Rainbows” è un bel banco di prova per il paese del “faso tuto mì”. Mi sbaglierò, o forse  essere tenutario di un blog che parla di nuove forme di discografia inquina il mio personalissimo campione: ma mi pare di notare che tra musicisti si parli sempre meno di musica e sempre più di come promuoverla e venderla. Che non è tanto un segno del diminuito valore dell’arte, bensì del fatto che i musicisti si percepiscono sempre meno come dipendenti ( o potenziali tali) di qualcuno e sempre più imprenditori di sè stessi.

Un esempio? Davide Buldrini, in arte Buldra, è un musicista con cui mi sono conosciuto proprio tra le pieghe dei commenti di questo blog. E’ uno di quei tanti che – dotati di un buon talento musicale e compositivo e a scapito di una “vita normale” – ci provano e ci riprovano. A diventare famosi, ovviamente. A firmare con un major, riovviamente. Ora non più. Cito dal suo sito: “Mi propongono a tutte le major esistenti. Bisogna limare, tagliare, potabilizzare i brani. Non ne sono convinto. Non perché non voglia farlo, ma perché non riesco a capire se ne valga la pena. Mi sembra che l’obiettivo di volere un contratto ed una produzione major non sia più così importante. Nella mia vita. Mi sembra che quell’obiettivo scricchioli. Mentre tutto il resto vada a gonfie vele. Intuisco che, forse, non ha più senso firmare per una major. Ogni volta che poso gli occhi su un cantante pop, su una trasmissione televisiva, su un video di MTV, non mi riconosco più. Non mi vedo. Congedo chi di dovere. E quello che avrei dovuto investire per dare il colpo di grazia ai signori dei dischi, lo investo in ore di studio con Mauro Andreolli”.

L’album di Buldra è distrituito in modalità “freemium” (free + premium), esattamente come “In Rainbows”. Esclusivamente dal suo sito. “Paga quanto vuoi” per il download. 10 Euro per la versione deluxe (dalle sembianze di un quadernino, in 100 copie). Si chiama “Egoismo Standard”. Più che un titolo, un manifesto programmatico.

 





La cassettina degli Hormonauts, l’ “arcobaleno” di Girl Talk

23 06 2008

Forse è semplicemente perchè dietro ci sono delle persone in carne ed ossa, però è singolare come il tipo di musica proposta rifletta spesso e signficativamente le modalità di approccio ai nuovi modelli di business musicale. Mi spiego: è un caso che gruppi sulla frontiera dell’innovazione musicale come Radiohead o Nine Inch Nails si siano lanciati per primi sulla rivoluzionaria distribuzione gratuita della loro musica? è un caso che il mecenatismo abbia ottenuto ottimi risultati prevalentemente in una nicchia caratterizzata da (relativamente) pochi e affezionatissimi friutori come quella dell’ alternative country americano di Kristin Hersh e Jill Sobule? E che mi dite delle innovazioni nella registrazione dei concerti, portate avanti da due live band come Pearl Jam e Elio e le storie tese

Spostandoci dalla frontiera e camminando verso le retrovie dei secondi arrivati non è che le cose cambino un granchè. D’altra parte, come dice mia nonna, chi si assomiglia si piglia. Così, tanto per dire, ecco che gli italiani Yuppie Flu, che ai Radiohead (musicalmente parlando) devono molto , distribuscono Fragile Forest utilizzando (in verità un po’ annacquato) quello che ormai potremmo definire come il “metodo arcobaleno” del paga quanto vuoi. Lo stesso – come potete leggere dal titolo – fa il guru dell’elettronica Greg Gillis, altrimenti noto con lo pseudonimo di Girl Talk: la versione in Mp3 del suo nuovo album “Feed the animals” la potete pagare quanto volete, anche zero. Se gli date più di 5 Euro vi da anche i file Flac. Se gli date più di 10 Euro, quando uscirà, vi spedirà a casa pure il cd. Anche lui, come gli Yuppie Flu – e a differenza di Radiohead e Nin – fa tutto con la sua etichetta Illegal Art. Ah, le nuove generazioni…

L’altra faccia della medaglia di chi usa internet, è quella di chi – più vintage – usa i concerti. In questo caso, il gusto per il feticcio, sebbene corroborato da una buona dose di innovazione tecnologica, cresce esponenzialmente. Vale per i Pearl Jam (in bilico tra i vinili del Ten Club e i live che diventano suonierie per cellulare) e per gli Elii (tra cd brulè e chiavette usb). Vale anche per gli Hormonauts che hanno recentemente combinato l’anima vintage e quella tecnologicamente avanzata in un prodotto parecchio originale. Si tratta del supporto del nuovo disco dal titolo “Spanish Omelette”: una musicassetta che funziona come tale, ma anche come lettore mp3. E che sarà in vendita quasi solamente ai loro concerti.





Elvis, Dolly, Thom e Trent

26 03 2008

trent.jpgthomyorke.jpgartpartonap.jpgelvis.jpg 

E’ sempre così. Tutte le volte che pensi “spengo il computer e mi godo tre giorni di meritata vacanza, tanto cosa vuoi che succeda”, torni il martedì in ufficio, butti un occhio ai feed e vieni travolto da una valanga di novità che nemmeno nei tre mesi precedenti se n’erano viste tante. Quindi: lo so che vi avevo promesso il post sui videoclip user-generated di Radiohead e Nine Inch Nails e, credetemi, la manterrò. Solo che prima c’è da parlare d’altro, che alle persone di una certa età bisogna portare rispetto. Soprattutto se sono più rivoluzionari dei loro nipotini.

E’ il caso, ad esempio, di Elvis Costello che per il suo nuovo album Momofuku, in uscita il prossimo 22 di Aprile, sceglie la strada di distribuirlo solamente in vinile, con un codice per il download gratuito all’interno del packaging. Questa strada era già stata battuta dalla Matador – storica indie label americana – qualche mese fa e conferma la propensione delle etichette indie (Costello è sotto contratto con la Lost Highways) a disaffrancarsi dal cd, puntando su un curioso mix tra modernità e nostalgia, tra efficenza e sentimenti.

Saliamo al piano di sopra dell’ospizio e troviamo Dolly Parton, icona della scena country – pop americana, che fonda una sua etichetta – la Dolly Records – e si pubblica da sola il suo nuovo disco, dal titolo Backwoods Barbie. Ora, la nostra Dolly non ha un contratto con le major dagli anni ’90 e negli ultimi quindici anni ha venduto pochetto. Ebbene, Backwoods Barbie è arrivato al secondo posto della chart di Billboard, dimostando che fare da sé non è solo un modo per mantenere la proprietà intellettuale o per tenersi la torta tutta per sé. E’ anche un vantaggio competitivo. “Le major sono diventate quel che credevano che io fossi: storia”, sentenzia Dolly. Se non sono soddisfazioni queste…

E arriviamo così ai nipotini Thom e Trent e ai loro video user-generated. Non c’è molto da dire in realtà. Se non che i Radiohead hanno lanciato un concorso per creare un video per ogni canzone di In Rainbows.  I Nine Inch Nails, hanno avuto la stessa idea, l’hanno  chiamata Ghost Film Festival e hanno già aperto un apposito canale su You Tube che raccoglie tutti i clip – quasi 500, sinora – che i  sono stati creati per i brani di Ghost (che, per inciso, ha già venduto 781.000 copie. Un album quadruplo e strumentale. Non so se mi sono spiegato). La genialità di questa mossa – e vale per entrambe le band – è duplice. Da un lato si fa necessità virtù: “Non c’è la major, non ci sono i soldi, chiediamo ai nostri fan di farci il video gratis”. Dall’altro lato, tuttavia, questa è anche una geniale mossa di marketing: avete idea di quanti video di Radiohead e Nine Inch Nails invaderanno la rete? Per dire: ma una major proprio non ci riesce a pensare a una strategia di comunicazione del genere?





Su e giu per la coda

11 03 2008

truefans-1.jpg 

“La coda lunga è una buona notizia per due categorie di soggetti: i grandi aggregatori come Amazon e 6 milioni di consumatori”. Così parlò Kevin Kelly ed è difficile dargli torto. Il consumatore può trovare qualunque cosa cerchi. E il negozio online si libera dalla dittatura dello scaffale e può fare enormi profitti senza dover inevitabilmente soggiogare alla dittatura dei prodotti big seller, o più volgarmente delle hit.

Contenti i consumatori. Contenti i venditori. Ma i produttori? Ci si sfama, sulla coda lunga? Dipende. Ad esempio, se 1000 artisti vendono tre canzoni a un Euro l’una, l’aggregatore ci ricava 3.000 Euro, loro 3 Euro a testa. Altri, invece, come abbiamo visto recentemente nei casi di Jill Sobule, Kristin Hersh o dei Nine Inch Nails, riescono a mettere insieme profitti considerevoli senza vendere milioni di copie. Il tutto, principalmente, grazie a due fondamentali fattori: la riduzione all’osso dei costi di produzione, distribuzione e promozione è il primo. La creazione di uno zoccolo duro di fan, è il secondo. Affinchè questi fattori si manifestino contemporaneamente, quindi bisogna scendere dalla coda per minimizzare i costi e risalirla per massimizzare i profitti.

Kevin Kelly, nel suo post, (segnalato, come al solito, da Luca De Biase) si occupa principalmente di questo secondo aspetto, in particolare di quello zoccolo duro che lui chiama i 1000 true fans, quelli che “comprerebbero qualunque cosa tu produci”. La sua ricetta teorica ricalca pedissequamente gli esempi più virtuosi che abbiamo commentato in questi mesi, dai Radiohead, a Saul Williams, fino a Jill Sobule: per emergere dal segmento piatto della coda lunga occorre connettersi direttamente con questi 1000 true fans. E, in effetti, sebbene attraverso modalità estremamente differenti tra loro, tutti questi artisti si sono posti il problema di stanare il loro zoccolo duro, di remunerare la loro attività con i profitti che esso genera e, infine, di ampliarlo attraverso una crescente fidelizzazione degli altri.

I Radiohead, ad esempio, hanno il loro zoccolo duro in chi ha comprato il boxset a 70 Euro e il biglietto per il concerto a 60 Euro. Uno zoccolo duro potenzialmente ampliabile grazie alla crescita di popolarità e reputazione che gli ha procurato la strategia di regalare il proprio album (e in questo senso, ogni singolo Euro guadagnato dalle offerte libere per “In rainbows” può essere visto come un extraprofitto, come un regalo).

I Nine Inch Nails hanno segmentato i loro acquirenti entro quattro gradi di fedeltà. Quelli debolissimi, che si accontentano di nove brani su trentasei, purchè gratis. Quelli deboli, che hanno pagato 10 Dollari per il download completo. Sino ad arrivare, salendo lungo la coda, tra chi ha pagato 70 Dollari per avere le tracce separate da remixare e quei 2.500 true fans che ne hanno pagati 300 per un autografo.

Analoghe segmentazioni le ritroviamo nei casi di mecenatismo di Kristin Hersh e Jill Sobule, che ricevono donazioni da 10 a 10.000 Dollari. E’ evidente che i benefit offerti sono solo uno specchietto per le allodole e che il loro valore è assolutamente sovrastimato se non si considerano le componenti emotive, di “fede oltre la ragione” (per citare Lovemarks) che esse comportano.

Grazie a Kevin Kelly, quindi, abbiamo trovato il primo comune denominatore della nuova discografia creativa: la creazione di un consistente e durevole zoccolo duro di fan. Curioso, tuttavia, che ciò accada – perlomeno sinora – soltanto tra artisti che hanno rotto i ponti con le etichette discografiche, la cui pessima reputazione ne fa un terzo incomodo nel rapporto di amore tra artisti e fan. Probabilmente, il riposizionamento della discografia tradizionale dovrà partire da questa evidenza e farne la colonna portante della sua necessaria rivoluzione organizzativa.





La nuova discografia creativa/7 – Indistr

3 03 2008

indistr.jpg 

Ricordate quel che diceva Bryce Edge, manager dei Radiohead, quello che si è inventato di vendere la versione digitale del nuovo album dei Radiohead a un prezzo deciso arbitrariamente da ogni singolo compratore? “Il paga quanto vuoi – diceva – è una soluzione per i Radiohead, non per l’industria. Ci sono tanti modi di vendere musica quante sono le band”.

Sarà. Ma Indistr del “paga quanto vuoi” ne ha fatto una strategia per tutti. Non è un’etichetta discografica nel vero senso della parola. E’ un distributore digitale per artisti indipendenti. Ma, come recita il payoff del sito è l’unica intermediazione nel rapporto “artist direct to the public”.  Funziona così: tu artista registri un album e lo metti su Indistr. Chi vuole comprarlo può scegliere di pagare una cifra compresa tra 1 e 20 Dollari. Di questa transazione l’artista si prende – istantaneamente, via PayPal – il 75% Per capirci: gli altri distributori digitali danno agli artisti il 13% e la RIAA – come si legge qui – vorrebbe che tale percentuale scendesse al 9%. Itunes rende agli artisti il 4% a transazione.

Quest’ultima evidenza rende molto ottimista Kevin Hockin, uomo marketing di Indistr. “Continueranno a crescere gli artisti indipendenti? Ci scommetterei dei soldi!”





La nuova discografia creativa/6 – Cash Music Coalition

14 02 2008

cashmusic.jpg 

Vi ricordate Kristin Hersh e la sua Cash Music? Ne avevamo parlato qualche mese fa. In pratica, Kristin era diventata imprenditrice di sè stessa e della propria musica, mettendo in piedi un sistema di relazione con i fan che andava dal download gratuito dei brani a forme di mecenatismo più o meno onerose.

Ammetto che, nonostante apprezzassi il coraggio di Kristin, ero abbastanza dubbioso sull’effettivo successo dell’operazione. D’altra parte, queste esperienze rivoluzionarie hanno fortune alterne: ai Radiohead è andata benone e dopo il “pay what you want” hanno venduto tutti i biglietti dei loro concerti e sono arrivati in testa alle chart negli USA, nel Regno Unito e su Itunes. A Saul Williams e Trent Reznor è andata maluccio, invece. “Solo” 25.000 download a pagamento, a fronte delle oltre 30.000 copie vendute da Saul con il suo disco precedente. Oddio, maluccio. Come spiega bene Chris Anderson, il fatto di non aver avuto “bisogno di preti per parlare con Dio” – tradotto: niente case discografiche per raggiungere i fan gli ha lasciato in tasca un gruzzoletto mica male. Forse si aspettava di più.

Comunque, visti gli esempi, era più logico supporre che a Kristin sarebbe toccato, alla meglio, il destino di Saul Williams. E invece, come spiega Bill O’Donnel di Cash Music “Kristin ha 350 mecenati da tutto il mondo e sta vivendo il suo miglior momento professionale di sempre”. Non solo. Cash Music è diventata una coalizione cui si sono aggiunti altri due artisti: gli Xiu Xiu e Donita Sparks, due artisti piuttosto noti nell’ambiente indie californiano.

Ragion per cui, se ancora non l’avevamo fatto, ora Cash Music finisce dritta dritta nella nuova discografia creativa. (applausi)