LaLa, tra Itunes e peer2peer

22 10 2008

LaLa è Itunes ma anche Peer2peer. Un po’ come il Partito Democratico, per intenderci. Un ibrido che, se da un lato appare perfettamente logico nella sua idea un po’ democristiana per cui sono gli estremisti che tracciano il solco, ma sono i mediatori che ne raccolgono i frutti, d’altra parte rischia – per la sua mancanza di un’Idea forte – di farsi fregare da destra e da sinistra.  Mi spiego. La premessa è del tutto logica: come già ha avuto modo di dire Sua Maestà Steve Jobs, solo il 3% delle canzoni che girano sugli Ipod è scaricata da Itunes Music Store. Che vuol dire, in soldoni, che il 97% preferisce scaricare musica gratuitamente piuttosto che pagarla 99 centesimi. Oppure – come hanno pensato i creatori di LaLa – che 99 centesimi sono un prezzo piuttosto alto per una canzone. E che, in fondo, non sarebbe una cattiva soluzione quella di provare a creare un negozio online di musica digitale che introietti ( come mi piace scrivere queste parole complicate) (ancora meglio sarebbe sussuma) il principio del peer to peer dentro Itunes

Il risultato è, per l’appunto, LaLa. Vi registrate, gratis. Condividete tutti i vostri mp3. Vi potete ascoltare per una volta sola tutte le canzoni che gli altri utenti registrati – tra cui tutte le etichette major e moltissime indie – hanno messo su LaLa, gratis. Ve le potete riascoltare, pagando 10 centesimi. Ve le potete portare a casa, ed eventualmente masterizzare, pagandone 89 (che remunereranno anche etichette ed artisti).

Mia opinione personale? Non funzionerà. Se voglio ascoltarmi una canzone in streaming ho l’imbarazzo della scelta tra Last.fm, Seeqpod, Songza, che fra l’altro – è il caso di Last.fm, ad esempio – offrono anche molti altri servizi, tipo la vendita dei biglietti dei concerti e il merchandising. Se voglio comprare una canzone vado su Itunes Music Store o, tra poco, mi compro uno dei cellulari che mi danno accesso al catalogo online delle major sul modello “prezzo fisso (nascosto nel prezzo del telefono) e mangi quanto vuoi”. E se invece voglio della musica gratis – ça va sans dire – ho Emule e soci.

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Comes with music: la fine del P2P?

15 10 2008

Music on your phone. Messo sulla copertina di un Economist in tempo di crisi economica, è un titolo che fa un po’ effetto. Ma se anche il prestigioso settimanale inglese – pur tra l’incudine delle elezioni americane e il martello della crisi finanziaria – dedica un editoriale ed un articolo a Nokia Comes With Music, vuol dire che sta succedendo qualcosa di grosso.

Cross subsides. Sussidi incrociati. Ti regalo il rasoio per farti comprare le lamette. Ti regalo tutta la musica che vuoi per farti comprare il telefono. Stanno andando tutti in questa direzione: Nokia, Sony Ericsonn con il programma PlayNowPlus, la francese Orange, la danese TDC. Come previsto e descritto da Chris Anderson nel suo articolo “Why free is the future of business”, uscito qualche mese fa su Wired (e che vi linko).  “La scomoda verità – scrive per l’appunto l’Economist – è che oggi moltissima gente, perlopiù giovane, si aspetta che la musica sia gratis. L’industria, forse ha trovato il modo di sostenere quest’illusione continuando (con le royalties sui telefoni venduti, ndr) a farsi pagare”.

Leggo e rileggo quest’ultima frase e nella testa mi rimbomba una domanda: e se questo modello funzionasse? Se costituisse definitivamente un argine allo scambio di file musicali mediante peer 2 peer (come nel caso del crollo dei download illegali di In rainbows dei Radiohead, citato da Wired e ripreso da Gabriele Lunati sul suo blog)? Come si comporterebbero, ad esempio, le case di produzione cinematografiche? E quelli di videogiochi? Forse sono io che vedo barcollare qualche tessera del domino di troppo. Ma forse siamo veramente all’inizio di una nuova era.





Settembre

30 07 2008

Ok, lo ammetto.  Un po’ più di regolarità non guasterebbe a sto blog. E’ che ci sono dei periodi, lavorativi e personali. In cui proprio non riesco a metterci la testa. Questo è uno di quei periodi. Per fortuna venerdì si chiude e si va in ferie. Noi ci rivediamo a settembre, ok?





La nuova discografia creativa/8 Top Spin

3 07 2008

Ci sono quattro daterelli che dicono molto su dove sta andando la discografia. Secondo un rapporto della BPI (British Phonographic Industries, la Confindustria della musica inglese) tra il 2006 e il 2007 i ricavi da fonti “addizionali” (pubblicità, colonne sonore, suonerie) sono cresciuti del 14%, più precisamente di 242 milioni di Dollari, arrivando a coprire l’11% delle entrate delle etichette di Sua Maestà. Due: grazie principalmente alla pubblicità, le entrate relative alla musica distibruita gratis sono cresciuti del 56%. Tre: più dell 85% dei singoli sono venduti in formato digitale. Quattro: il 95% degli album, invece, sono venduti ancora nel formato tradizionale del cd.

Non vorremmo essere nei panni di chi si trova a dover prendere decisioni a partire da quei dati. Certo: emerge perlomeno un’evidenza: che su internet si vendono le canzoni, mentre gli album si comprano ancora nei negozi. Ma le vendite degli album, nel loro complesso, tendono inesorabilmente a calare, erose dal Peer2peer. E in quel 5% di album comprati online non ci sono i clamorosi successi commerciali di Radiohead e Nine Inch Nails. Che, val la pena ricordarlo, nella loro distribuzione digitale non si sono avvalsi di alcuna etichetta discografica.

Facciamo un po’ d’ordine. L’album diventa sempre più un peso per le etichette, laddove gli hit singles diventano sempre più una fonte di reddito importante. Mentre, parallelamente, gli artisti che “fanno da soli” realizzano notevoli profitti proprio a partire dagli album. 

Proviamo a immaginare uno scenario – non troppo improbabile, se ci pensate – in cui le major non producono più album, ma solo singoli. Che succederebbe? Probabilmente, uscirebbero dal giro della discografia di massa molti artisti magari bravissimi, ma privi della capacità di creare tormentoni.  Aumenterebbero esponenzialmente i cloni di Radiohead e soci. E alla fine del terremoto una bella feritoia nel suolo separerebbe l’industria musicale dai suoi artigiani, le multinazionali dalle piccole imprese, i prodotti discografici di massa dalle nicchie.

Non facciamo i romantici: per molte band un simile scenario equivarrebbe ad una catastrofe. Per tre motivi: perchè non tutti hanno lo zoccolo duro di Radiohead e Nine Inch Nails. Perchè non tutti, come Radiohead e Nine Inch Nails, hanno alle spalle 20 anni di massicci investimenti di Emi e Interscope per tirar su quello zoccolo duro. E perchè non tutti, come Radiohead e Nine Inch Nails, hanno in dotazione – insieme alla vena artistica – il fiuto degli imprenditori. Ed hanno bisogno che qualcuno lo faccia al posto loro.

Ecco quindi che si aprono praterie per realtà imprenditoriali nuove, difficilmente definibili come “discografiche”.  Che non producono musica. Ma che, più semplicemente, sono specializzate in quei due o tre step che vanno dal marketing alla distribuzione. Oggi come oggi, il caso più interessante è quello della Top Spin, fondata e comandata dall’ex Ceo di Yahoo Music Ian Rogers. Che cosa fa Top Spin? Semplicemente aiuta la band vendere musica a suoi fans e ad acquisirne di nuovi Senza mettere il suo marchio da nessuna parte e incassando in cambio una percentuale che Rogers definisce “ben al di sotto del 20%”. Il tutto, personalizzando al massimo la strategia in funzione dell’artista e della sua audience potenziale, fedele al motto “ci sono tanti modi per vendere musica quante sono le band”.

Attualmente sono tre gli artisti in mano a TopSpin, tutti fuoriusciti da major e super-indie. I Dandy Wahrols,  che offrono ai propri fan  una sottoscrizione annuale da $35 che include tutto ciò che produrranno, oltre a benefit per tutti (cd e poster) e premi per pochi (un pedale per chitarra della band, ad esempio). E poi i Jubilee, band formata da ex membri di Nine Inch Nails e Queens of the Stone Age, che offre una sottoscrizione annuale da $20 che comprende tutto (dalle foto, ai live recordings, filmati) e download di ogni brano a $0,85. E Josh Rouse, per il quale l’abbonamento costa 30$ e che punta in particolare su una serie sterminata di Ep live e studio.





Riassunto delle puntate precedenti

5 06 2008

Potrei metterla giu così. Che mi sono sposato, che quindi dovevo organizzare il matrimonio, che dopo, giustamente, mi spettava un sacrosanto viaggio di nozze e infine che c’era il jet lag, il lavoro arretrato, un riposino sabbatico. E che, in fondo, il blog è l’ultimo vagone del treno che riparte: niente contratti, niente scadenze, niente stipendio.

Tutto vero. Ma anche. Tendo a impigrirmi. Mi annoio in fretta dei miei giocattoli. Basta un po’ di sarcasmo o qualcuno che tende a smontarmi – anche solo con l’ottima intenzione di  farmi tornare sulla terra – che tendo ad essere il primo smantellatore del mio entusiasmo. E’ così che rockonomics, la rivoluzione discografica e tutto il resto, da prodromi di una più ampia rivoluzione economica sono diventate banali stronzate. Perlomeno, nella mia testa.

Poi tocco il fondo e mi rialzo. Passo qualche serata ad aggiornarmi nel mio andreottiano archivio di fonti. Prendo appunti. Faccio come con le piante del mio balcone. Che me ne dimentico per un po’ e dopo qualche giorno (meglio, settimana) vedo se sono morte o se sono cresciute da sole. E’ finita la rivoluzione? E’ successo di tutto mentre ero via?

No a entrambe le domande. In questi due mesi – notate come sono elegante: potrei riciclare come novità un sacco di cose e invece ve le do in pasto tutte assieme – è successo che:

1) Nessun nuovo artista o band è entrato nel novero dei rivoluzionari. Si è parlato dei Metallica come di una band che ci stava pensando” (ma non ci crede nessuno).  O di Tori Amos che ha lasciato la Sony Bmg (o meglio, la Epic Records), è attualmente senza etichetta e sai mai. Voci, comunque. L’impressione è che nel mainstream musicale (o pseudotale) ci sia una sostanziale calma piatta. Se si eccettuano, ovviamente, i soliti. I Nine Inch Nails, tanto per dire, hanno messo gratuitamente a disposizione dei fan il loro nuovo album “The Slip”.

2) Nel frattempo Slicethepie, dalla sua nascita, ha già finanziato quattordici album, di cui ben 5 nel solo 2008 (più due a cui mancano veramente pochi soldi per arrivare ai fatidici 15.000 £ di raccolta tra i fan. Non male, no? E dire che ci eravamo esaltati quando ce l’avevano fatta i The Alps

3) Indovinate un po’? Forse Qtrax non è una bufala. Forse. Nel senso che il free and legal download è ancora un’utopia. Ma pare che i nostri eroi siano effettivamente riusciti a siglare accordi con tre delle quattro major (manca la EMI) e con la mammasantissima delle indie rock Beggars Banquet Records, quella che, per intenerci, ha in mano Matador, 4AD, Rough Trade e XL.

4) Si fa un gran parlare di Muxtape. Pare che ai blogger faccia impazzire questa riproposizione online di quella che in italiano veniva comunemente chiamata “la cassettina”. Un giochino interessante non c’è che dire. Ma faccio fatica a coglierne la benchè minima implicazione commerciale o business oriented. Ecco, forse è per questo che fa impazzire i blogger…





Miracolo di Natale

25 12 2007

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Nelle foto che lo ritraggono, Cesare Picco sorride all’obiettivo. Ha la faccia simpatica di chi ha meno successo di quel che merita, ma non se ne preoccupa. D’altra parte, se l’è andata a cercare, l’oscurità. Gli studi di pianoforte classico. La passione per il jazz eterodosso, alla Uri Caine, ma senza essere Uri Caine  e senza nessuno che ti offre la direzione della Biennale Musica. Un ambizione frenata dalle proprie passioni.

Cesare Picco odia il Natale e il conformismo – musicale e non – che propina, fatto di barbe bianche su abiti rossi, di consumismo, omologazione, jingle bells e siamo tutti più buoni e torniamo a scannarci domani. O meglio, lo odiava. 

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“Non abbiamo bisogno di preti per parlare con Dio”

8 11 2007

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Come informa prontamente Wikipedia, Saul Williams è prima di tutto un poeta. Poi, è anche un predicatore, un musicista, un rapper e un attore. Non uno qualunque, in ogni caso. Tant’è che il suo disco in uscita – The inevitable rise and liberation of Niggy Tardust – è prodotto da Trent Reznor e mixato da Alan Moulder. Non due qualunqui, nemmeno loro.

Perchè parliamo di Saul Williams? Perchè prova anche lui a vendere la sua musica senza le intermediazioni della casa discografica. E lo fa in un modo forse più innocente dei Radiohead, ma sicuramente altrettanto radicale. Ti lascia due chanches, Saul. Se vuoi ricevere musica di migliore qualità – mp3 a 320 kbps o Flac – e se vuoi “supportare l’artista coinvolto nella creazione della musica che scarichi”, paghi 5 dollari. Se no, gratis e ti pigli i file mp3 a 192 kbps. Entrambe le possibilità prevedono, tra l’altro, anche l’invio del pdf dell’artwork e dei testi.

“Non abbiamo bisogno di preti, per parlare con Dio – dice Saul nella lettera in cui spiega questa scelta ai fan – né di telefoni per chiamare la donna che amiamo.”

Per scaricare il disco di Saul Williams, qui.