La nuova discografia creativa/9 – Uplovers

29 10 2008

Lo ammetto. Quando mi metto a parlare di cose italiane, o sono sciovinista e patriottico all’eccesso (spinto da una sorta di rivalsa nei confronti del mio provincialismo angloamericanofilo) oppure ipercritico (che poi è quando il mio provincialismo angloamericanofilo mi stende senza darmi il tempo di reagire). Insomma, il giudizio non è mai del tutto sereno.

Oggi cercherò di fare del mio meglio. Perchè si parla di una realtà italianissima, Uplovers. Spin-off dell’italianissimo Downlovers, sito che – in estrema sintesi – permette di scaricare qualunque canzone  in cambio della visione di uno spot pubblicitario. Il tutto partorito da Kiver, realtà leader in Italia nella digitalizzazione di cataloghi musicali e nella loro distribuzione online.

Beh, ora che abbiamo fatto le presentazioni, vediamo come funziona Uplovers e perchè è nuova discografia creativa. Uplovers si inserisce nel filone dei siti di social scouting come Sellaband e Slicethepie. Le band si registrano e caricano sul sito la loro musica. Gli utenti la ascoltano e, se registrati, possono scaricarla. Classifiche di pubblico e critica selezionano le band migliori. Fine.

A differenza di  quanto accade in Sellaband e Slicepie, infatti , manca la possibilità di sostenere finanziariamente una band, dando le possibilità alle migliori di entrare nel mercato discografico dalla porta principale. Una scelta evidentemente dettata dalla prudenza e, soprattutto, dal fatto che Uplovers si rivolge  esclusivamente – a differenza dei due siti sopracitati – al mercato interno delle band e degli ascoltatori. Una scelta autarchica che se da un lato mi consola – non sono il solo sciovinista patriottico – d’altra parte mi amareggia.  Perchè un bel sito come questo non ha l’ambizione di travalicare i confini della musica italiana? Ma soprattutto: perchè la musica italiana ha ancora bisogno di protezionismo?





I Pearl Jam e la discografia mobile

12 06 2008

E’ quasi un’eresia, in otto mesi di blog, non aver ancora citato manco di striscio i Pearl Jam, cioè i veri pionieri della rivolta mainstream contro le major (che hanno mollato prima di tutti, siglando un accordo con la indie J Records) e contro i colossi del ticketing (la lotta con TIcketmaster risale a 16 anni fa). Non bisogna dimenticare che i cinque di Seattle sono stati i primi a vendere musica direttamente ed esclusivamente dal loro sito internet (i bootleg dei loro concerti) e addirittura a regalarne (il primo singolo del loro ultimo disco, World Wide Suicide). Per non parlare di quanto siano pionieri del rapporto diretto con i fan attraverso quel gioiellino del Ten Club, la community dei loro true fans – per dirla con Kevin Kelly – che hanno la prelazione sui biglietti dei concerti e che ogni Natale si ritrovano nella cassetta della posta una bella fanzine e un vinile di inediti. Questo per dire che mentre gli altri fanno la cronaca, le loro battaglie contro la foresta fossile della discografia tradizionale è già nei libri di storia (se esistesse un libro di storia della discografia, ovviamente).

Tutto questo per dire che finalmente abbiano notizie fresche pure su di loro. In occasione del tour americano 2008, Eddie Vedder e soci hanno infatti siglato un accordo con Verizon (ne avevamo già parlato di loro, ricordate?). In pratica, mentre i bootleg dei concerti saranno disponibili come al solito sul sito ufficiale della band, gli utenti abbonati a Verizon Wireless potranno scaricare gratuitamente una canzone del concerto dei Pearl Jam cui hanno appena assistito direttamente dal loro telefonino. Non solo: nella sezione a loro dedicata sul sito di Verizon Wireless verranno successivamente messe online tre canzoni per show, anch’esse scaricabili, stavolta a pagamento, direttamente dal cellulare.

Insomma, i nostri sembrano essere (ancora) ben svegli di fronte alle nuove forme di distribuzione della musica e ottimamente posizionati per quanto riguarda il rapporto diretto con i fan. Che questo sia semplicemente un aperitivo di quel che combineranno all’uscita del prossimo album da studio?





La nuova discografia creativa/4 – Slicethepie

13 12 2007

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Tra le nuove realtà che cercano di rivoluzionare il concetto stesso di discografia, non si può non parlare di Slicethepie. Qui, perlomeno. E non perchè sia un clamoroso caso di successo. Ma perchè ha cercato di far proprie tutte – ma proprio tutte – le teorie che stanno alla base della nuova rockonomia, in particolare quella per cui il musicista è imprenditore e non più un dipendente della casa discografica. E’ gente che ha mandato a memoria “La coda lunga”, quella. Si capisce sin dalla mission: “Il modello discografico esistente – spiegano – è basato su pochissime etichette discografiche che spendono tantissimi soldi su centinaia di artisti. Quello di Slicethepie (letteralmente “fai a fette la torta”) è un modello in cui milioni di fan mettono spendono ognuno pochi soldi per migliaia di artisti“. Come?

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La nuova discografia creativa/3 – MySpace Records

26 11 2007

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 E’ dura parlare di come cambia l’economia della musica senza nominare MySpace. Per chi fosse tornato ieri da Marte, basti dire che è un sito di social network, che conta più di 200 milioni di iscritti e che buona parte di loro sono band o musicisti. La leggenda vuole che grazie a MySpace sia diventata famosa e ricca gente come Arctic Monkeys, Mika,  e Lily Allen, leggenda che lascia quantomeno perplessi in realtà, visto che tutti e tre gli artisti erano già sotto contratto prima di aprire la loro pagina. Sta di fatto, in ogni caso, che questa creatura di proprietà della News Corp di Rupert Murdoch sia uno dei bacini pubblicitari più ampi e vasti su cui sperimentare strategie di marketing a basso costo come ad esempio il caro e vecchio passaparola.

Tutti usano MySpace, insomma. Al punto tale che sembrava assurdo che proprio la stessa MySpace non aprofittasse del popò di potenziali acquirenti che ha aggregato per diversificare un po’ la sua attività. E infatti, MySpace due anni fa ha fondato la MySpace Records etichetta discografica indipendente. Per modo di dire, visto che tutto il lavoro, dalla fabbricazione dei cd alla distribuzione lo fa la Universal. I soldi di Murdoch. Le reti e il know how di Universal. Il bacino pubblicitario di MySpace. Potenzialmente una macchina da guerra. Potenzialmente. Perchè finora MySpace Records ha vivacchiato ai margini del mercato discografico, producendo gente come Mickey Avalon, Hollywood Undead e Kate Voegele, sconosciuta allora e sconosciuta oggi.

Perchè allora parliamo di MySpace Records? Perchè qualche giorno fa ha messo sotto contratto i Pennywise, storica punk band californiana. Il nuovo album della band uscirà il prossimo 25 Marzo e – rullo di tamburi – sarà disponibile in download gratuito. Questo grazie alla sponsorizzazione di Textango, azienda specializzata nella distribuzione di musica sui cellulari. Per poter scaricare l’album, infatti, occorrerà diventare “amici” di Textango sulla pagina MySpace dell’azienda.

Tutti contenti. I Pennywise incassano un fisso ed aumentano la loro visibilità, cosa che non guasta, soprattutto se ci si costruisce sopra un bel tour di concerti. Textango – che vende musica via sms – si fa conoscere presso il suo target di riferimento. E MySpace Records? Non pare guadagnarci molto. Se non che, zitta zitta e a costo zero, ha messo in piedi un interessante test su come si veicola la musica nel mercato discografico che viene avanti. Per le altre etichette discografiche, un ulteriore motivo per non dormire sonni tranquilli…





La nuova discografia creativa/2 – Sellaband

20 11 2007

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Il mio amico Max – che di musica se ne intende e ci campa- crede che il futuro della discografia saranno i mecenati. In altre parole, se stimi un artista e vuoi che componga nuovi brani,  devi prima investirci dei quattrini. Fare cioè quel che fanno oggi le case discografiche, senza però essere una casa discografica. Direte voi: ma se non sono un miliardario, come faccio? Ottima domanda. A cui da risposta un progetto nato in Olanda lo scorso anno. Si chiama Sellaband e il suo motto –  “la casa discografica sei tu” – dice tutto. Funziona così: da una parte c’è l’artista o la band senza etichetta. Si iscrivono a Sellaband e mettono online alcuni loro brani. Dall’altra parte ci sono i believer, potenziali piccoli investitori della tua musica. Un believer può investire su una band partendo da una base di 10 Dollari. Quando la band arriva a raccolgiere $50.000, i soldi escono dalle carte di credito dei believer e vanno a finanziare la registrazione, la promozione e la distribuzione del cd. Fino a quel momento, i believer possono spostare e anche riprendersi i soldi investiti. La band e i suoi believer possono promuoversi  tra gli amici su Myspace o sugli altri siti di social network. I vantaggi per la band sono molteplici: promuovono la loro musica dentro un potentissimo aggregatore; acquisiscono contemporaneamente risorse e reputazione; si creano uno zoccolo duro di fan che verrà buono anche dopo. Anche quello dei believer è un investimento: ognuno di loro riceve delle royalties sugli spazi pubblicitari nella pagina dei propri artisti, sui loro brani scaricati dal sito e sui loro cd che riesce a piazzare nel suo personale spazio di vendita su Sellaband.

Oggi a Sellaband sono iscritti 5782 artisti, tra cui 11 che hanno già raggiunto il traguardo dei $50.000. Non solo: è notizia di ieri che Sellaband ha siglato un accordo con “The orchard” società leader mondiale nell’intermediazione digitale e nell’aggregazione di contenuti musicali sul web, che si occuperà della promozione e della distribuzione su tutte le piattaforme del mondo degli artisti Sellaband. “Si tratta di un social networking con un vero valore aggiunto”, ha spiegato il presidente e ad della società americana Greg Scholl, “una partnership eccitante tra fan e artisti che remunera questi ultimi e conferisce potere ai consumatori”.





La nuova discografia creativa/1 – Magnatune

11 11 2007

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Per certi versi, “In rainbows” dei Radiohead è come il Bianconiglio di Alice nel Paese delle Meraviglie. A seguirne le orme, finisci per scoprire un mondo di cui, fino al giorno prima, avevi completamente ignorato l’esistenza. Quello di chi – case discografiche, artisti, collettivi – da anni distribuisce la sua musica gratuitamente o quasi. E nel ricostruire la mappa di questo variegato universo – creativo o ingenuo, grande o piccolo, ricco o squattrinato che sia – ti chiedi se sia quello il futuro della discografica, se un giorno le più note etichette indipendenti, o addirittura le major, saranno così.
Siete pronti? Partiamo.
Il tour inzia da un ragazzone di Berkeley, California. Si chiama John Buckman ed è il fondatore di Magnatune, etichetta discografica che dal 2003 produce e distribuisce musica attraverso logiche di prezzo variabile. Il giochino è semplice: ti colleghi al sito; scegli un genere – Magnatune produce dall’ambient, al goth metal, dalla musica etnica, sino alla classica e all’elettronica – selezioni il lavoro di un’artista e te lo ascolti. Se ti piace e vuoi riascoltarlo hai due possibilità: o ti ricolleghi al sito e ripeti l’operazione; o scarichi il cd, stabilendo tu il prezzo a partire da un minimo di 5 Dollari a un massimo di 18 Dollari. “Uno si aspetta che tutti paghino 5 Dollari. In realtà il prezzo medio che i nostri clienti scelgono di pagare è di 8, 93 Dollari”, spiega Buckman in un’intervista a Usa Today.
Altra peculiarità di Magnatune è che mette sotto contratto soltanto artisti che hanno già registrato l’album. E con loro si spartisce in parti uguali i ricavi delle vendite: se paghi 8 Dollari, all’artista ne vanno 4. Perchè questo? Perchè secondo Buckman “i consumatori supportano gli artisti. Non è a loro che vogliono rubare la musica, ma alle case discografiche.” 50 e 50 anche per le licenze d’uso dei brani a scopi commerciali – più costose – e per la vendita del merchandising. Merchandising che veicola il nome e il logo dell’etichetta e non delle band, fra l’altro. Perchè Magnatune non si vergogna di essere una casa discografica, categoria oggi popolare quanto le lobby farmaceutiche. Perlomeno, vuole far credere di poterselo permettere.
Altra scelta radicale: Magnatune è un’etichetta “open source”. Lascia cioè che chiunque faccia ciò che vuole della musica che scarica: usarla, migliorarla, farne un prodotto nuovo. “Vogliamo essere il Linux del mondo musicale”, dice Buckman.
Attualmente Magnatune ha sotto contratto 258 artisti e un catalogo di 569 album e 8316 canzoni. Ammettendo che ogni album abbia venduto anche solo 1000 copie, e dando per buono il prezzo medio di circa 9 Dollari, per Magnatune fanno più di 2,5 milioni di Dollari di guadagno complessivo in quattro anni di attività, a fronte di costi che è facile immaginare bassi, se non irrisori (niente produzione, niente packaging, niente distribuzione nei negozi, niente videoclip). Non male.

Profetica, nel sito, è una paginetta intitolata “The Big Ideas”, in cui Buckman preconizza il futuro dell’industria musicale:

“Tutta la musica dev’essere libera. Esattamente come con un qualunque software.”

“Va trovato un modo per far arrivare la musica dai musicisti al loro pubblico che non sia costosa e che supporti i musicisti. Altrimenti, la diversità musicale continuerà a soffrire il sistema corrente in cui solo poche mega hits producono consistenti guadagni”.

“I musicisti devono controllare ed apprezzare il processo con cui la loro musica viene distribuita. I musicisti sono molto vicini ad iniziare una rivoluzione. E alcuni già l’hanno fatto.”

“La creatività va incoraggiata: l’attuale sistema di copyright del “tutti i diritti riservati” è troppo severo. Noi supportiamo la licenza Creative Commons del “some rights reserved”, più flessibile e permissivo”

Nel logo della Magnatune, sotto il nome dell’etichetta, c’è una frase: “We are not evil”. Non siamo il male. Domandina facile facile: secondo voi, per John Buckman, chi è il male?