Settembre

30 07 2008

Ok, lo ammetto.  Un po’ più di regolarità non guasterebbe a sto blog. E’ che ci sono dei periodi, lavorativi e personali. In cui proprio non riesco a metterci la testa. Questo è uno di quei periodi. Per fortuna venerdì si chiude e si va in ferie. Noi ci rivediamo a settembre, ok?

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Radiohead e Last.fm, il secondo arcobaleno

8 07 2008

Questa mi mancava. L’altro giorno, mi è arrivato via mail un comunicato stampa di Last.Fm, in cui si annuncia l’accordo tra il sito ed i Radiohead per l’inizio della distribuzione gratuita e in streaming on demand di “In Rainbows”. Prima riflessione: “Uau, se mi mandano i comunicati stampa vuol dire che mi leggono e che (mi asciugo una lacrimuccia) mi considerano influente”. Seconda riflessione: “Cazzo, non sono per niente sul pezzo, se per sapere di una simile iniziativa c’è bisogno che mi dia la sveglia chi questa iniziativa l’ha realizzata”. Terza riflessione: “E ora che mi hanno mandato il comunicato stampa, ne parlo? O faccio la figura di quello che tu gli mandi il comunicato stampa e lui ti cuce la marchetta su misura?” Quarta riflessione: “Scendi sulla Terra, Francesco. Tutto quello che racconti lo leggi altrove, su altri siti e su altri blog. E altrove, dove sono molto più influenti, svegli e marchettoni di te, arrivano i comunicati stampa.” 

Fine delle riflessioni onaniste. Concentriamoci sul pezzo. Non che non sia preparato del resto. Di Last.fm ne avevo già parlato. E riguardo ai Radiohead, beh…poco cambierebbe se sto blog si chiamasse Rainbownomics.

I fatti, prima di tutto. Da qualche giorno è possibile ascoltarsi In Rainbows su Last.Fm. In streaming e gratis. Direte: sti cazzi. L’hanno regalato dal loro sito, l’hanno messo in vendita su Itunes e persino nei negozi di musica, se volete potete pure scaricarvelo con il vostro peer2peer preferito? Chi volete si connetta a internet per ascoltarlo in streaming. In altre parole: a che pro? Beh, vi basti sapere – copio testuale dal comunicato stampa– che nelle prime 12 ore di pubblicazione, In rainbows ha fatto registrare circa 22.000 ascolti complessivi, quasi uno ogni 2 secondi.

Immaginiamo che questa media cali – seppure Last.Fm ha 22 milioni di utenti registrati. E in crescita – e che gli ascolti medi di un anno si decimino (nota per il redattore del comunicato stampa: tra un anno i dati veri, eh…). 2.200 ascolti in 12 ore, sono 4.400 ascolti in 24 ore, 132.000 al mese, 1.584.000 all’anno. Numeri pazzeschi, in grado di veicolare le canzoni di In Rainbows tanto quanto potrebbe fare MTV. Anzi, forse anche di più, nel lungo periodo.

Tenete infine conto di una cosa non esattamente irrilevante: per ogni ascolto di ogni brano, l’artista senza etichetta – e i Radiohead sono senza etichetta – che si iscrive all’ Artist Royalty Program riceve una piccola somma di denaro. Fossero anche 10 centesimi di Euro a canzone (non so, sparo), i Radiohead riceverebbero – sempre nell’ipotesi della decimazione degli ascolti – 158.400 Euro all’anno facendo ascoltare liberamente la loro musica.  

(nella foto, Thom Yorke si strugge: “E ora come cazzo li spendo tutti sti soldi?”)





La nuova discografia creativa/8 Top Spin

3 07 2008

Ci sono quattro daterelli che dicono molto su dove sta andando la discografia. Secondo un rapporto della BPI (British Phonographic Industries, la Confindustria della musica inglese) tra il 2006 e il 2007 i ricavi da fonti “addizionali” (pubblicità, colonne sonore, suonerie) sono cresciuti del 14%, più precisamente di 242 milioni di Dollari, arrivando a coprire l’11% delle entrate delle etichette di Sua Maestà. Due: grazie principalmente alla pubblicità, le entrate relative alla musica distibruita gratis sono cresciuti del 56%. Tre: più dell 85% dei singoli sono venduti in formato digitale. Quattro: il 95% degli album, invece, sono venduti ancora nel formato tradizionale del cd.

Non vorremmo essere nei panni di chi si trova a dover prendere decisioni a partire da quei dati. Certo: emerge perlomeno un’evidenza: che su internet si vendono le canzoni, mentre gli album si comprano ancora nei negozi. Ma le vendite degli album, nel loro complesso, tendono inesorabilmente a calare, erose dal Peer2peer. E in quel 5% di album comprati online non ci sono i clamorosi successi commerciali di Radiohead e Nine Inch Nails. Che, val la pena ricordarlo, nella loro distribuzione digitale non si sono avvalsi di alcuna etichetta discografica.

Facciamo un po’ d’ordine. L’album diventa sempre più un peso per le etichette, laddove gli hit singles diventano sempre più una fonte di reddito importante. Mentre, parallelamente, gli artisti che “fanno da soli” realizzano notevoli profitti proprio a partire dagli album. 

Proviamo a immaginare uno scenario – non troppo improbabile, se ci pensate – in cui le major non producono più album, ma solo singoli. Che succederebbe? Probabilmente, uscirebbero dal giro della discografia di massa molti artisti magari bravissimi, ma privi della capacità di creare tormentoni.  Aumenterebbero esponenzialmente i cloni di Radiohead e soci. E alla fine del terremoto una bella feritoia nel suolo separerebbe l’industria musicale dai suoi artigiani, le multinazionali dalle piccole imprese, i prodotti discografici di massa dalle nicchie.

Non facciamo i romantici: per molte band un simile scenario equivarrebbe ad una catastrofe. Per tre motivi: perchè non tutti hanno lo zoccolo duro di Radiohead e Nine Inch Nails. Perchè non tutti, come Radiohead e Nine Inch Nails, hanno alle spalle 20 anni di massicci investimenti di Emi e Interscope per tirar su quello zoccolo duro. E perchè non tutti, come Radiohead e Nine Inch Nails, hanno in dotazione – insieme alla vena artistica – il fiuto degli imprenditori. Ed hanno bisogno che qualcuno lo faccia al posto loro.

Ecco quindi che si aprono praterie per realtà imprenditoriali nuove, difficilmente definibili come “discografiche”.  Che non producono musica. Ma che, più semplicemente, sono specializzate in quei due o tre step che vanno dal marketing alla distribuzione. Oggi come oggi, il caso più interessante è quello della Top Spin, fondata e comandata dall’ex Ceo di Yahoo Music Ian Rogers. Che cosa fa Top Spin? Semplicemente aiuta la band vendere musica a suoi fans e ad acquisirne di nuovi Senza mettere il suo marchio da nessuna parte e incassando in cambio una percentuale che Rogers definisce “ben al di sotto del 20%”. Il tutto, personalizzando al massimo la strategia in funzione dell’artista e della sua audience potenziale, fedele al motto “ci sono tanti modi per vendere musica quante sono le band”.

Attualmente sono tre gli artisti in mano a TopSpin, tutti fuoriusciti da major e super-indie. I Dandy Wahrols,  che offrono ai propri fan  una sottoscrizione annuale da $35 che include tutto ciò che produrranno, oltre a benefit per tutti (cd e poster) e premi per pochi (un pedale per chitarra della band, ad esempio). E poi i Jubilee, band formata da ex membri di Nine Inch Nails e Queens of the Stone Age, che offre una sottoscrizione annuale da $20 che comprende tutto (dalle foto, ai live recordings, filmati) e download di ogni brano a $0,85. E Josh Rouse, per il quale l’abbonamento costa 30$ e che punta in particolare su una serie sterminata di Ep live e studio.