Buldra e il paese dei “Faso tuto mì”

30 06 2008

“In America un ragazzo ha come massima aspirazione quella di lavorare per una multinazionale. In Italia, sogna di mettersi in proprio”. Questo l’esempio usato da un amico (italiano) per spiegare alla moglie (americana) la differenza tra noi e loro. Ok, la situazione è un filino più complessa (parlando di “noi”, ovviamente) e l’amico, forse, ha una visione dell’Italia un po’ troppo tendente a nordest. In ogni caso, stiamo parlando di un paese che ha circa 10 imprese ogni 100 abitanti, quando la media europea è – spanna più spanna meno – circa la metà. Ci piace fare i padroncini a casa nostra, dai.

La musica non fa eccezione, ovviamente. Se ci fate caso, in buona parte del rock indipendente nostrano ritroviamo non da ieri i geni dell’autoimprenditorialità. Elio e le storie tese, ovviamente. Ma non solo. Ricordo un Manuel Agnelli furioso per il trattamento riservato agli artisti italiani all’Heineken Jammin Festival che si rimbocca le maniche e si inventa un festival itinerante come il Tora!Tora! Ricordo il Consorzio Produttori Indipendenti e i Dischi del Mulo dei CSI. Casa Sonica dei Subsonica. E la Jestrai dei Verdena, amministrata dalla madre dei Ferrari Brothers. Tante bozze di rapporto diretto artisti-pubblico. Qualche anno luce prima dell’arcobaleno di Mr. Thom Yorke e dei suoi compari.

Certo è che “In Rainbows” è un bel banco di prova per il paese del “faso tuto mì”. Mi sbaglierò, o forse  essere tenutario di un blog che parla di nuove forme di discografia inquina il mio personalissimo campione: ma mi pare di notare che tra musicisti si parli sempre meno di musica e sempre più di come promuoverla e venderla. Che non è tanto un segno del diminuito valore dell’arte, bensì del fatto che i musicisti si percepiscono sempre meno come dipendenti ( o potenziali tali) di qualcuno e sempre più imprenditori di sè stessi.

Un esempio? Davide Buldrini, in arte Buldra, è un musicista con cui mi sono conosciuto proprio tra le pieghe dei commenti di questo blog. E’ uno di quei tanti che – dotati di un buon talento musicale e compositivo e a scapito di una “vita normale” – ci provano e ci riprovano. A diventare famosi, ovviamente. A firmare con un major, riovviamente. Ora non più. Cito dal suo sito: “Mi propongono a tutte le major esistenti. Bisogna limare, tagliare, potabilizzare i brani. Non ne sono convinto. Non perché non voglia farlo, ma perché non riesco a capire se ne valga la pena. Mi sembra che l’obiettivo di volere un contratto ed una produzione major non sia più così importante. Nella mia vita. Mi sembra che quell’obiettivo scricchioli. Mentre tutto il resto vada a gonfie vele. Intuisco che, forse, non ha più senso firmare per una major. Ogni volta che poso gli occhi su un cantante pop, su una trasmissione televisiva, su un video di MTV, non mi riconosco più. Non mi vedo. Congedo chi di dovere. E quello che avrei dovuto investire per dare il colpo di grazia ai signori dei dischi, lo investo in ore di studio con Mauro Andreolli”.

L’album di Buldra è distrituito in modalità “freemium” (free + premium), esattamente come “In Rainbows”. Esclusivamente dal suo sito. “Paga quanto vuoi” per il download. 10 Euro per la versione deluxe (dalle sembianze di un quadernino, in 100 copie). Si chiama “Egoismo Standard”. Più che un titolo, un manifesto programmatico.

 


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