Digital Music Report 2008

31 01 2008

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“An incredible revolution is sweeping the music industry”. Così  John Kennedy, Ceo dell’ Ifpi – la Confindustria delle major discografiche- apre l’annuale Rapporto sulla Musica Digitale. “Is sweeping:” che in italiano si può tradurre con “sta investendo” o anche “sta spazzando”.

 Uno legge questa prima riga e pensa che nelle pagine successive troverà profonde riflessioni su questa “incredibile rivoluzione” che ha investito l’oligopolio discografico nel 2007  e che minaccia di colpire con virulenza ancora maggiore nel 2008. E invece niente di niente, come se ad esempio i Radiohead – mai nemmeno nominati – non avessero fatto niente di rilevante. Giù a snocciolare dati, i discografici: 1,7 miliardi di canzoni scaricate legalmente. 7,3 milioni di download per “Girlfriend” di Avril Lavigne, il pezzo più scaricato (legalmente) nel 2007 (per la cronaca, secondo è il giapponese Hitada Kitaru con “Flavor of life”). E poi, ancora, la demarcazione tra l’occidente che scarica dal computer e l’oriente che usa il telefono cellulare. L’importanza dei social network. Un box scarno scarno sui 360 deals (ovviamente senza citare Miss Ciccone, che ha mollato le major per siglare un accordo simile con Live Nation. Il 360 deal dell’anno, bontà loro, è stato quello degli Hadouken!). Pugnette, insomma.  Autoreferenziali e miopi.

Siamo a pagina 17. Le restanti dieci pagine sono tutte rivendicative. Contro i pirati che scaricano, i siti di peer2peer che li ospitano, gli Internet Service Provider che – cattivoni! – non redistribuiscono i guadagni delle connessioni broadband (come se Autostrade Spa dovesse rifondere i produttori italiani, perchè sulle sue strade passano camion pieni di merce contraffatta).

Insomma, una delusione. In due ore di lettura l’unica cosa che mi ha un po’ incuriosito è la storia di questa band giapponese, i GReeeeN, un quartetto di studenti di medicina che attraverso strategie di marketing assolutamente innovative e non convenzionali (anonimato totale e rifiuto di apparire in pubblico e sui media tradizionali) ha messo insieme un risultato di 4 milioni di download legali e 300.000 copie fisiche vendute nei negozi. Ora mi informo bene. Nei prossimi giorni vi prometto che ne parlerò più approfonditamente.

Per chi fosse interessato, qui c’è il Digital Music Report 2008.

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Songza, un Google per la musica

30 01 2008

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Piccolo post di tregua per tirarsi fuori dal pantano di Qtrax. Macchianera segnala questo interessante giochino partorito dalla mente di Aza Raskin, Presidente ventitrenne (ah, l’America…) di Humanized Inc., software house di Chicago, nonchè figlio di Jeff Raskin, co-fondatore di Apple.

Il giochino si chiama Songza ed è una via di mezzo tra Google e un jukebox. Voi scrivete il titolo di una canzone o il nome di un artista nel riquadrino bianco e lui – se la trova online – ve la fa ascoltare (se c’è il video, anche vedere). Certo, non sposta di un millimetro l’evoluzione della discografia. Se ci pensate, però, è contemporaneamente un nuovo e ulteriore mezzo di ascolto gratuito e un veicolo promozionale per gli artisti (ascolto-apprezzo-compro) (o scarico). Da non sottovalutare, poi, l’interfaccia semplice, intuitiva ed ergonomica che rende giustizia al nome dell’azienda del giovane Raskin.





Qtrax, 24 ore dopo

29 01 2008

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Forse non sarà una rivoluzione. Anzi, forse abbiamo già assegnato il premio “Bufala 2008”. Ma su Qtrax qualche riflessione ulteriore e a mente fredda occorre farla.

Prima di tutto, la questione del giorno. Come mai le major hanno smentito l’accordo sbandierato ai quattro venti dall’impronunciabile Allan Klepfsiz? Delle due, una: o dalle parti di Qtrax hanno peccato di ingenuità, annunciando un accordo non firmato e dovendone ora subire una conseguente rinegoziazione; oppure sono stati furbi, mettendo le major all’angolo esponendole mediaticamente ad una firma troppo annunciata da poter essere smentita. Da queste parti – visto come sono andate le cose – si propende per la prima ipotesi. Piccolo particolare: l’unica major che finora non ha smentito l’accordo è stata la Sony Bmg per cui lavora – come co-presidente della controllata Columbia Records – Mr. Rick Rubin. Un caso?

Seconda considerazione. Se le major firmassero l’accordo, ci sarebbe comunque qualcosa che non torna. Come viene giustamente segnalato su Vilipendio, com’è che le major si accorgono solo ora di poter vivere tranquillamente di pubblicità e di colpo decidono di smettere di far pagare la musica? Il costo di un cd dipende solo in minima parte dal costo fisico dell’oggetto. Ci sono i contratti degli artisti, i costi di registrazione, la promozione, una struttura elefantiaca da mantenere. Com’è che tutto questo sparisce d’incanto se il prodotto viene distribuito online? A questo punto, tanto valeva infilare un po’ di pubblicità cartacea sui cd: al netto dei costi, i ricavi per le etichette sarebbero stati indubbiamente più alti. La sensazione latente – ma lo capiremo meglio se e quanto Qtrax funzionerà – è che la distribuzione gratuita online sia parte di un processo volto ad erodere quote d’uso ai siti di peer2peer, processo che per il momento cammina in parallelo con la distribuzione fisica del cd. Altra sensazione latente: la distribuzione gratuita su Qtrax e simili verrà utilizzata prevalentemente per prodotti d’archivio e avanzi di magazzino. Beni a costo zero, insomma, sui quali spulciare rendite occulte (paga lo sponsor) da sottrarre a LimeWire e soci.

Terza considerazione: un oligopolio rimane tale anche se cambia l’ambiente in cui si muove. Già da tempo diciamo che il principale fronte su cui si combatte la rivoluzione discografica sta nei diritti di proprietà delle registrazioni. Che nel modello Qtrax rimangono alle major, esattamente come prima. Mentre nel modello In Rainbows finiscono interamente in mano agli artisti. Punto essenziale, questo, perchè abbatte i costi di produzione (niente elefanti da saziare) e permette la distribuzione della musica a prezzi minimi, se non nulli. Senza questo fondamentale passaggio non c’è rivoluzione.

Quarta ed ultima considerazione: Qtrax lascia inalterato anche il meccanismo di scelta e promozione della musica. Guardo un video su Mtv. Scarico da Qtrax. Punto. Tutti gli innovativi meccanismi di fine tuning dei gusti e delle preferenze messi a punto da Last.fm, Sellaband e da tutti gli altri music social network non sono stati interiorizzati dalle major. Che perseverano nel dimenticare che nella rete, oggi, le pure logiche di profitto che prescindono dall’orizzontalità e da meccanismi relazionali, hanno irrimediabilmente le gambe corte.

(nella foto: Qtrax, il giorno dopo)





La presa della Bastiglia (?)

28 01 2008

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“Francesco, hai rotto il cazzo con sta storia della rivoluzione…”

“Eh, lo so. Però scusami: abbiamo definito come rivoluzionari dei siti simpatici, ma francamente debolucci come Slicethepie. Abbiamo incensato Saul Willams e i suoi 25.000 downoload a pagamento. Ci siamo esaltati per le belle parole di Kristin Hersh. Abbiamo scavato la fossa al CD e al DRM. Come la definiresti tu sta cosa di Qtrax, un sito che si accorda con le major per distribuire gratuitamente 25 milioni di brani musicali, quando Itunes ne distribuisce a pagamento un quinto?”

“Mah. Se non una mezza bufala, quasi. E ti spiego perchè. Prima di tutto, mi puzza sta storia del download gratuito. C’è la pubblicità, ci hanno spiegato, che paga gli artisti e le major per ogni download effettuato. Ma i brani sono protetti dal DRM Windows Media e quindi non sono nè masterizzabili nè è possibile metterli sull’Ipod. Altro che rivoluzione: il sospetto è che Qtrax sia il cavallo di Troia che le major vogliono utilizzare per attaccare e  distruggere sul loro stesso terreno gli altri siti di p2p come Limewire”

“Non sono d’accordo. Intanto le major hanno dimostrato, finalmente, una certa lungimiranza. Ad esempio, hanno preso atto che il cd è morto e che la musica registrata ormai è un bene etereo e fondamentalmente gratuito. E, non meno importante, che il p2p non si combatte nelle aule giudiziarie. Per quanto riguarda gli utenti mac, dal 18 marzo il servizio sarà anche per loro. è solo questione di tempo, quindi. E poi, scusa: se le major stanno eliminando il DRM ovunque, presto o tardi lo elimineranno anche dai brani commercializzati su Qtrax. Fidati: è solo questione di tempo”

“Ci sono anche altre cose che “sono solo questione di tempo”. Ricordi cosa disse Rick Rubin a proposito del celestial juke box? Che ognuno avrebbe avuto a disposizione sul suo “mobile device” (Ipod, autoradio o quant’altro) tutta la musica possibile, previo il pagamento di un abbonamento flat. Le ultime sette parole sono le più importanti. Il modello “la pubblicità paga tutto” probabilmente è solo uno specchietto per le allodole. Esempio: Nokia fa un telefonino compatibile wi-fi con Qtrax. Il provider dei servizi telefonici, poniamo Vodafone, propone un’offerta flat in cui include anche Qtrax. Credi che non te la faccia pagare? Magari la nasconde dentro il costo complessivo. Ma non credere che il celestial juke box sarà gratis. Se le major rimangono monopoliste dei diritti di pubblicazione e di vendita della musica registrata non cambierà nulla. Non si è mai visto un mercato oligopolista che si muove secondo i canoni della concorrenza perfetta. La vera rivoluzione sono gli artisti che escono dalle etichette discografiche e fanno da soli. Credimi.”

“Nulla vieta che Qtrax diventi un’infrastruttura di vendita anche per Radiohead e compagni. E per quanto riguarda l’abbonamento flat, beh…nessuno regala niente a prescindere. Seguendo il tuo ragionamento, allora anche quel che scarichi da Limewire è a pagamento. A meno che la bolletta di Fastweb non te la paghi il papi, ovviamente. Ri-fidati: le due cose – Qtrax (cioè la fine del cd) e la fine delle major – non sono in contraddizione. Sono due processi che camminano in parallelo” 

“Sarà. Ma io continuo ad avere dubbi. Sarà che sono italiano e le rivoluzioni da queste parti sono sempre state, come dire, gattopardesche.”

“Se è per questo, consolati. Per ora, Qtrax, non è ancora attivo in Italia. Sai com’è, la SIAE…”

(Gli articoli da cui è stato ispirato questo post nelle sue diverse parti sono qui, qui, qui e qui.)

UPDATE: tre delle quattro major (Warner, Emi e Universal) hanno smentito di aver raggiunto un accordo con Qtrax. Da Qtrax si abbozza, parlando di intese pressochè certe anche se “niente è stato firmato”. Da Sony-Bmg nessun commento. (via Wittgenstein)





La nuova discografia creativa/5 Last.fm

25 01 2008

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Scomodare la parola “discografia”, in questo caso, è forse un po’ azzardato. Ma Last.fm ci piace tanto, primo. E secondo, alla fine cos’è la nuova discografia creativa, se non permettere ad un’artista di fare due soldi con la musica che registra? E poi – terzo – qualche forzatura ce me la potrò pure permettere, visto che questa definizione me la sono inventata di sana pianta.

Ma veniamo a noi. Prima di tutto: cos’è Last.fm e perchè ci piace tanto? Last.fm – parlandone con linguaggio uebduepuntozero – è un “music social network”. In italiano 1.0, Last.fm, dopo aver scaricato un programmino, ti permette di registrare sul sito la musica che ascolti, di ascoltarla, di farla ascoltare a chi si collega al sito, di scoprire gente che ascolta la tua stessa musica, di scoprire altri artisti che siccome piacciono a gente che ascolta la tua stessa musica potrebbero piacere anche a te, di fare amicizia, eccetera eccetera. In pieno stile duepuntozero tutto questo è gratuito.

E allora perchè “discografia creativa”? Perchè, come mi ha segnalato il buon Roldano (altrimenti detto The marketer),  se un artista si iscrive (a pagamento) ad un programma chiamato “Artist Royalty Program”, riceverà una piccola somma in denaro ogni volta che qualcuno ascolterà un suo brano. Capirete anche voi che in un social network da decine di milioni di utenti la cosa assume contorni interessanti, sopratutto per le piccole band senza etichetta e per le piccole etichette. 

Esempio pratico: i Radiohead (sempre loro, cazzo), che primeggiano nella chart settimanale di Last.fm sono stati ascoltati 1.281.555 volte da 102,151 ascoltatori. Che non pagheranno un solo centesimo di Euro per far guadagnare gli artisti che amano. Fate un po’ due conti e poi ditemi se non è discografia creativa questa…





La rivoluzione non russa

24 01 2008

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La rivoluzione se ne frega se è gennaio e hai un sacco di lavoro arretrato e nemmeno il tempo di leggere la gazzaonline, figurarsi di aggiornare il blog. Le cose succedono, punto. E non c’è verso di evitarlo. Non può la EMI – per dirne una – figurarsi io. Quindi andiamo con ordine e facciamo un bel post multiplo che aggiorni un po’ la cronaca. Che da lunedì, magari, si potrà tornare a scrivere con continuità e tempestività.

Cominciamo con qualcosa di vintage. In questi giorni in Italia si è fatto un gran parlare del ritorno del vinile. Vivo e vegeto per alcuni, morto morto per altri, sta di fatto che, stando ai dati pubblicati da TIME, il mercato dei dischi è cresciuto del 15,4% nel 2007 ( dopo il + 37% del 2006) raggiungendo le 990.000 copie complessive vendute negli USA. D’accordo, sono cifre ridicole se paragonate, tanto per fare un esempio, a quelle dei 77 milioni di brani venduti su Itunes, con una crescita del 50% nel solo 2007,  divulgate la scorsa settimana da Steve Jobs (dopo parleremo anche di lui, tranquilli). Ma è comunque un mercato in espansione, con una domanda che si nutre non solo di nostalgia, ma anche di due istanze che – nell’era dell mp3 e dello streaming – sembravano scomparse: la voglia di un suono pieno e di qualità e il bisogno di possedere un oggetto. Non sottovalutiamole, ste cose.

Nel frattempo, il cd se la passa sempre peggio. Mark Cuban, ex CEO di Broadcast.com, dichiara che è ormai morto e che si è portato nella tomba pure il formato-gemello dell’album di canzoni. Steve Jobs lo leva dal suo nuovo MacBookAir dichiarando – mentre sul video scorre un cd che rotola via – che “non ne sentiremo la mancanza”. E la EMI spedisce un milione di album invenduti di Robbie Williams ai cinesi, che ne faranno sedime per asfaltare le strade. Ho visto fini meno ingloriose.

Nel frattempo la rivoluzione della musica digitale ed eterea va avanti senza freni. Tutte le major hanno o stanno levando il Drm dalle tracce di loro proprietà. Su Last.fm – forse il primo esempio di celestial juke box “legale” –  ormai gira tutta la musica gratis in streaming. Nel frattempo We7 – di cui avevamo parlato poco tempo fa – ha finito la sua fase da start up ed è stata pesantemente ricapitalizzata per permetterle di comprarsi il catalogo di una o due major e di distribuirlo gratuitamente con l’aggiunta di qualche secondo di pubblicità. E per finire in bellezza, ecco YouTorrent, il motore di ricerca di file torrent da scaricare in peer to peer.

Dimenticavo: la EMI ha annuciato che licenzierà dai 500 ai 700 addetti e che taglierà dall’1% al 2% dei 14.000 e oltre artisti del suo roster. Spiace ( e molto) per i primi. Riguardo ai secondi, non è detto che, visto come vanno le cose, non potranno avere maggior fortuna di chi rimane.





Dov’è la notizia?

14 01 2008

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Leggo sul blog di Cristina Tagliabue di Believe, un’azienda che si occupa di digitalizzare i cataloghi degli artisti, di distribuirli sulle piattaforme di vendita online e di accompagnarne l’azione commerciale in questo nuovo mercato. Un po’ quel che fa Kiver in Italia, tanto per intenderci. In meno di due anni, gli artisti di cui Believe si occupa, hanno venduto online 5 milioni di brani, con un ammontare di royalties pari a 2 milioni di Euro. Ora. Aiutatemi a trovare dove sta la notizia:

Nel fatto che la distribuzione online è oggi l’ambito più remunerativo della discografia, nonostante il peer2peer?

Nel fatto che l’ideatore di Believe sia un ragazzo italiano di nome Luca Stante?

Nel fatto che questo ragazzo italiano ha ottenuto si è assicurato un round financing tra 3 milioni di dollari dal fondo francese di private equity Xange per far partire la sua attività?

Nel fatto che lo accompagni in quest’avventura niente meno che Denis Ladegaillerie, fino al 2003 direttore strategico di Universal?

O nel fatto che è un’azienda che nasce da una cooperazione italo-francese?

No, perchè nessuna di queste mi sembra una cosa da poco…