Rockonomics made in China

19 12 2007

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Forse un giorno Meng Jinhui sarà il nuovo guru della discografia mondiale. Forse la sua Modern Sky, la più importante etichetta discografica indipendente cinese, sarà la quinta sorella tra le major (sempre che non ne muoia una delle attuali quattro). Quel che è certo è che la Cina, così come in altri settori, rappresenta il domani dell’industria della musica e dell’intrattenimento in generale. E non solo per il suo miliardo e trecento milioni di potenziali acquirenti. Ma anche e soprattutto perchè lì l’industria discografica come noi la conosciamo non è mai esistita. Lì, tutto è nato con internet e da internet non si può prescindere.

Come racconta Ed Peto, un ex A&R americano, oggi consulente e manager discografico con base a Pechino, la musica pop occidentale è stata introdotta in Cina dalle major che hanno spedito lì le loro rimanenze di magazzino. I cinesi ringraziano, le copiano e le rivendono contraffatte sul loro mercato regionale (Cina, Giappone, Corea) e in quello occidentale. Oggi il 90% dei cd che vengono acquistati in Cina sono contraffatti.

Tuttavia, il metodo prevalente con cui i giovani cinesi si procurano la musica è attraverso i grandi archivi di file mp3 ai quali si collegano dai numerosi internet point. A farci i soldi in questo caso è praticamente il solo Baidu, il Goolgle cinese, lo strumento attraverso il quale i cinesi cercano gli archivi nella rete. Business a sè è quello delle suonerie per i cellulari: racconta sul suo blog Chris Anderson che China Mobile, solo nello scorso anno, ci ha ricavato ben 1,5 miliardi di Dollari. Dei quali ben pochi finiscono nelle mani delle case discografiche e degli artisti.

Il futuro, dicevamo. In Cina, proprio perchè il mercato è quel che è, tutto quel che sta nascendo intorno alla discografia si muove attorno alla musica distribuita gratuitamente. Prendiamo l’esempio della già citata Modern Sky: sebbene abbia sotto contratto praticamente tutto quel poco che esprime la scena rock cinese, è senza senso chiamarla etichetta discografica. Ed Peto suggerisce “digital entertainment company“, visto che si occupa più di spremere soldi attorno all’artista che alla musica. E visto, soprattutto, che la distribuzione di cd o supporti fisici di qualunque tipo è pressochè inesistente. Questo nonostante ben pochi cinesi possiedano una carta di credito o una qualunque prepagata per fare acquisti online.

Le major, ovviamente, ci sono anche in Cina. Tutte e quattro. Come vuole la legislazione locale, hanno creato joint ventures con media company locali. La Warner Bros ha creato la Warner Music China, Emi si è associata a Push Typhoon, Sony Music con Shanghai Audio and Visual Press e Universal con Shanghai Media Group. Quando anche i gusti musicali dei cinesi si omologheranno a quelli occidentali, costruiranno la loro sopravvivenza sull’apertura di questo nuovo mercato. O almeno così sperano. Di certo dovranno fare i conti con un mercato in cui, molto più che da noi, la contraffazione è la regola e la musica è assolutamente percepita come un bene gratuito. Come dice Ed Peto, “Se venisse edito un libro dal titolo “Come fare i soldi con la musica in Cina” verrebbe tradotto in tutte le lingue e starebbe sullla scrivania di qualunque manager discografico occidentale, a Londra come a New York.”


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