the celestial juke box

30 10 2007

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Scopriamo la prima carta, la prima visione di un futuro musicale possibile.

Due premesse. La prima: il creatore di questa visione – o perlomeno il suo più recente sostenitore – è Rick Rubin (siccome di Rubin in questo blog se ne parlerà spesso, qui c’è un suo breve profilo per chi non sa chi sia). La seconda: per capirla bene bisognerà andare un po’ indietro nel tempo e tagliare la storia a fette spesse. Prometto: farò in fretta.

Sino a qualche secolo fa, la musica era “pop” nel vero senso della parola: una serie di canzoni tradizionali – mediamente una decina a comunità – che scandivano le fasi della giornata, dal lavoro, alle feste, ai funerali. In molti casi, funzionava così: se volevi della musica, ti toccava fare da te. Urbanizzazione, stratificazione delle classi sociali ed ecco i pianisti e le ballerine, le bettole della Luisiana in cui si suonava jazz e blues e i teatri dell’opera. Di musica ce n’è di più e più varia, ma devi comunque andartela a cercare e non puoi certo portartela a casa. Per farlo bisognerà aspettare la radio. E per poter scegliere cosa ascoltare il grammofono, i cilindri di Edison e poi i dischi in vinile. Con i juke box si potrà condividere questa innovazione. Con le cassettine, si potrà personalizzare il proprio ascolto. Con il walkman si potrà portare a spasso. Il limite, in questa fase, è lo spazio: e allora ecco i lettori mp3 e gli Ipod, i gigabyte che sostituiscono i minuti, l’immateria che si mangia la materia, lo scambio di file che ammazza il mercato discografico. Oggi siamo qui. Possiamo ascoltare musica quando lo vogliamo e dove lo vogliamo, ma solo ciò che possediamo. L’ultima zavorra è la proprietà. L’ultima frontiera il juke box celestiale,  una banca dati musicale infinita da cui possiamo accedere instantaneamente con il nostro telefono cellulare e che ci può permettere di ascoltare qualunque cosa, in qualunque momento e in qualunque luogo. Questa è l’utopia di Rubin.

Nella sua naturale consequenzialità con quel che c’era prima e nella sua totale adattabilità alla tecnologia che verrà –  la cablatura del mondo entro un’unica grande rete di connessione wi-fi – l’idea del celestial juke box è talmente logica da sembrare banale. Questo non vuol dire che funzionerà. I problemi sono principalmente due. Il primo è ben sintetizzato da Steve Burnett, il co-presidente della Columbia insieme a Rubin: “Potrebbe essere la salvezza. Ma potrebbe anche essere l’ultimo chiodo piantato sulla bara della discografia”. Il motivo è semplice: affinchè il celestial juke box diventi anche un celestial cash box bisogna comunque convincere la gente a pagare la musica che scarica. Siamo proprio sicuri che succederà e che i siti di peer to peer diventeranno preistoria? Il secondo problema è di ordine quasi filosofico. Il passo successivo all’infinito è lo zero. E se con tutta la musica ovunque e dovunque, la gente preferisse il silenzio?

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E ora?

29 10 2007

“yeah, sono un musicista contabile
yeah, ho il male di vivere
o è il troppo caffè?
yeah, ho una valigetta
che mi tiene ben legato
alla realtà

yeah, questa è la realtà
del musicista contabile
yeah, vola fantasia
d’imprenditore volatile”

(Afterhours, Musicista Contabile)

E ora che i Radiohead hanno venduto 1.300.000 copie di “In rainbows” senza casa discografica, negozi, videoclip? E ora che una band ha chiesto ai suoi fan di pagare quel che vogliono per ascoltarne la musica e i fan hanno gentilmente offerto una media di 4 euro a testa (con un corollario di 700.000 anime che di euro ne verseranno 60 per il cofanetto)? E ora che Oasis e Nine Inch Nails – in scadenza di contratto con la loro etichetta – si preparano a fare lo stesso? E ora che i musicisti hanno capito che possono guadagnare solo attraverso i concerti e il relativo merchandising, alzandone i prezzi a dismisura? E ora che Madonna ha mollato la Warner per farsi produrre e distribuire dal più grande promoter mondiale di concerti?  E ora che le playlist hanno soppiantato gli album? E ora che  Starbucks è diventata di fatto la succursale di ITunes nel mondo reale? E ora che il produttore-guru Rick Rubin è diventato co-Presidente della Columbia Records, promettendo/minacciando di rivoluzionare il concetto stesso di discografia? E ora che Eros Ramazzotti si mette a vendere il suo “best of” su chiavette Usb e lettori mp3?

E ora? Chissà. Da oggi, se passerete da queste parti, potrete leggere come stanno andando le cose in questa piccola grande rivoluzione. Senza che si faccia il tifo per nessuno e senza che si parli solo dei propri artisti preferiti. Senza fare quelli che “lo dicevo io” nè quelli che “vi spiego io come andrà a finire”. E soprattutto, senza far finta di credere che musica e soldi siano un’accoppiata demoniaca. Che anche il chitarrista vagabondo all’angolo della strada è un musicista contabile. E non è detto che non superi le nuvole, la fantasia dell’impreditore volatile.