Scopriamo la prima carta, la prima visione di un futuro musicale possibile.
Due premesse. La prima: il creatore di questa visione - o perlomeno il suo più recente sostenitore - è Rick Rubin (siccome di Rubin in questo blog se ne parlerà spesso, qui c’è un suo breve profilo per chi non sa chi sia). La seconda: per capirla bene bisognerà andare un po’ indietro nel tempo e tagliare la storia a fette spesse. Prometto: farò in fretta.
Sino a qualche secolo fa, la musica era “pop” nel vero senso della parola: una serie di canzoni tradizionali – mediamente una decina a comunità – che scandivano le fasi della giornata, dal lavoro, alle feste, ai funerali. In molti casi, funzionava così: se volevi della musica, ti toccava fare da te. Urbanizzazione, stratificazione delle classi sociali ed ecco i pianisti e le ballerine, le bettole della Luisiana in cui si suonava jazz e blues e i teatri dell’opera. Di musica ce n’è di più e più varia, ma devi comunque andartela a cercare e non puoi certo portartela a casa. Per farlo bisognerà aspettare la radio. E per poter scegliere cosa ascoltare il grammofono, i cilindri di Edison e poi i dischi in vinile. Con i juke box si potrà condividere questa innovazione. Con le cassettine, si potrà personalizzare il proprio ascolto. Con il walkman si potrà portare a spasso. Il limite, in questa fase, è lo spazio: e allora ecco i lettori mp3 e gli Ipod, i gigabyte che sostituiscono i minuti, l’immateria che si mangia la materia, lo scambio di file che ammazza il mercato discografico. Oggi siamo qui. Possiamo ascoltare musica quando lo vogliamo e dove lo vogliamo, ma solo ciò che possediamo. L’ultima zavorra è la proprietà. L’ultima frontiera il juke box celestiale, una banca dati musicale infinita da cui possiamo accedere instantaneamente con il nostro telefono cellulare e che ci può permettere di ascoltare qualunque cosa, in qualunque momento e in qualunque luogo. Questa è l’utopia di Rubin.
Nella sua naturale consequenzialità con quel che c’era prima e nella sua totale adattabilità alla tecnologia che verrà - la cablatura del mondo entro un’unica grande rete di connessione wi-fi - l’idea del celestial juke box è talmente logica da sembrare banale. Questo non vuol dire che funzionerà. I problemi sono principalmente due. Il primo è ben sintetizzato da Steve Burnett, il co-presidente della Columbia insieme a Rubin: “Potrebbe essere la salvezza. Ma potrebbe anche essere l’ultimo chiodo piantato sulla bara della discografia”. Il motivo è semplice: affinchè il celestial juke box diventi anche un celestial cash box bisogna comunque convincere la gente a pagare la musica che scarica. Siamo proprio sicuri che succederà e che i siti di peer to peer diventeranno preistoria? Il secondo problema è di ordine quasi filosofico. Il passo successivo all’infinito è lo zero. E se con tutta la musica ovunque e dovunque, la gente preferisse il silenzio?